Nordest

Massimo Carlotto – Marco Videtta
Nordest
e/o maggio 2009

Per chi vive nel Nordest è come leggere cronaca locale; non servono neanche i riferimenti espliciti: anche se non ci fossero toponimi come Padova, Treviso, Mestre, si sentirebbe in ogni caso aria di casa, anzi “puzza” di casa. Perché di puzza si tratta, quella non metaforica dei rifiuti scaricati illegalmente e poi portati al Sud, e quella morale di una classe di arricchiti tramite affari poco puliti, e comunque senza rispetto per il territorio, senza solidarietà, senza coscienza civile. In questo ambiente ormai noto e sociologicamente plurindagato, matura il delitto di una giovane donna, che nell’ambiguità dei suoi comportamenti conservava ancora un briciolo di coscienza. Attorno a questa giovane, altri giovani, disorientati, senza valori, disperati, a volte decisamente persi in pratiche delinquenziali. Si sa, i rampolli degli industriali sono dei bambocci, non all’altezza dei genitori, ma all’altezza di che? Della mancanza di scrupoli, della disinvoltura affaristica, della fuga in Romania per produrre a costi bassi e senza “impedimenti” ecologici o/e fiscali. In questo confronto tra genitori e figli, si salvano (ma dire salvarsi è un po’ troppo, visto che comunque ne sono profondamente sconvolti) quei giovani che riescono ad opporsi in qualche modo al cinismo imperante.

Detto ciò, il romanzo non è un trattato sociologico, è un vero romanzo giallo, appassionante, dall’intreccio sapiente; l’inizio è magistrale: c’è l’assassino, c’è il luogo del delitto, c’è la vittima, e poi il movente (forse), e le circostanze… eppure non si capisce (anzi si è sviati da numerosi particolari) chi sia quell’uomo di cui si narra, quale sia il villino-luogo del delitto in cui si svolge il fatto; e quella Cherokee? E’ la lenta costruzione di un puzzle: piccoli pezzi di vita, accenni di pensieri e di caratteri, persone ritratte nei loro ristretti mondi, una frammentazione individualistica, la fotografia del Nordest.
La scrittura è esplicita, senza profondità allusive, si avvale di luoghi comuni, a volte di frasi fatte; non si sa se per una cosciente volontà di aderenza ai fatti, o per un disdegno stilistico degli autori, o ancora per una mancanza di gusto. E’ però impossibile non leggerlo di seguito, fino alla fine, tralasciando qualsiasi riserva. In ciò si riconosce una capacità narrativa incontestabile.

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