Numero zero

Numero zero

Numero zero, realtà o finzione?

Umberto Eco
Numero zero
Bompiani 2015

 

Un po’ pamphlet, un po’ divertissement (ma in fondo sembra un reportage), Numero zero è una realtà deformata?
O, purtroppo, è la fotografia della nostra vita pubblica malata?
Ci sfilano davanti episodi tragici e seminsabbiati, o del tutto nascosti, ma quel che è peggio, dimenticati dalla nostra coscienza pubblica così labile e distratta; di conseguenza non ci stupiamo più di nulla. Non corriamo pericoli di ritorsioni per aver protestato, perché siamo smemorati e non ci interessano più tragedie civili come Gladio, P2, colpo di stato, servizi segreti deviati e così via. E nel presente la corruzione è un dato di fatto di cui tutti parlano senza scandalizzarsi, addirittura c’è chi l’ammette senza problemi, senza vergogna.
Tanto tutto ci scivola addosso e dopo poco si dissolve nell’oblio.

Il Numero zero è un particolare quotidiano destinato a diventare uno strumento di ricatto per procacciare affari e potere al suo editore. Il tutto ambientato a Milano.
Si tinge di giallo – soprattutto si tinge del colore del fango in cui dovrebbe pescare e di cui dovrebbe nutrirsi.
L’anno è il 1992, ma si va all’indietro, a sfogliare tristi pagine della storia italiana e europea dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad oggi.
Protagonisti “positivi” pallidi e malandati, bistrattati da vicende personali, assai poco fiduciosi nelle proprie capacità, sono Colonna («Ero senza patria, ho vissuto in città diverse…ho corretto bozze … ho rivisto le voci di un’enciclopedia… tutti lavori in cui mi sono fatto… una cultura mostruosa. I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti, se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte, il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti. Più cose uno sa, più le cose non gli sono andate per il verso giusto.») e Maia Fresia («Scapola, o nubile, o single, come preferisce. Ventotto anni, quasi laureata in Lettere, ho dovuto smettere per motivi di famiglia. Collaboravo da cinque anni a una rivista di gossip… All’inizio mi piaceva, ma adesso sono stanca di raccontare panzane. …Penso che un quotidiano parlerà di cose più serie.»),capitati in un bel gruppetto di cinici “pescatori nel torbido”.

Se appena chiuso il libro non ci si sente entusiasmati, basta lasciarlo lì un po’ di giorni, ascoltare un po’ di notizie, guardarsi un po’ attorno; e, senza fare di ogni erba un fascio, valutare la qualità dei fatti e dei personaggi che ci vengono quotidianamente proposti: allora si capisce quanto vale questa storia, tanto quanto il peso dell’amarezza che ci assale.

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