Le abitudini delle volpi

Arnaldur Indridason
Le abitudini delle volpi
Traduzione di Silvia Cosimini
Guanda 2013

 

Un mondo ghiacciato, neve neve e neve, un po’ di caldo solo nei ricordi di brevissime estati. Un mare freddissimo pronto a inghiottirti nel suo gelo. Aggrapparsi alla vita è più faticoso che lasciarsi andare al dolce sonno del congelamento.
Ovunque un opprimente senso di claustrofobia, incredibile in un ambiente così aperto e naturale: tutto quel bianco diffuso costruisce barriere mentali che tolgono il respiro.
Erlendur, ispettore di Reykjavik, torna nel villaggio sulle rive di un fiordo dove ha trascorso la sua infanzia, interrotta tragicamente dalla scomparsa del fratello minore in una bufera di neve; non sa neanche lui che cosa cerca (forse «Scoprire verità che si erano perdute, erano state dimenticate e non sarebbero mai state ritrovate.»), piuttosto sono gli eventi a cercare Erlendur, che si trova così ad indagare su un’altra scomparsa misteriosa, quella di una donna nel gennaio del 1942.
Tra realtà e ricordi, tra lucida razionalità e dormiveglia popolato di sogni inquietanti e presenze del subconscio, si svolge una triste vicenda di amore e violenza in una comunità ancora scandita da ritmi ancestrali e allo stesso tempo sconvolta dall’avanzare del progresso.
Un finale emblematico?  «Sapeva solo che, in qualche punto della sua esistenza, il tempo si era fermato e lui non era mai riuscito a farlo ripartire.»
Non scritto benissimo (ovviamente parlo della traduzione), ma intrigante – anche se lontanissimo, ubicato lassù, in un nord siderale, dove sembra che il sole non arrivi.

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