Zenobia regina delle sabbie

Zenobia regina delle sabbie

Zenobia regina di Palmira

Zenobia regina delle sabbie

Il regno di Palmira e i suoi templi

di Carlo Mochi Sismondi

Ghibli 2016

Zenobia regina delle sabbie molto romanzata che riprende tutte le notizie più o meno verificabili a partire dall’Historia Augusti.

L’autore scrive in tempi dannunziani ed il suo stile ne risente: immaginifico e barocco nelle descrizioni, declamatorio nei dialoghi, un lettore moderno ne prova un divertito fastidio. Pittoricamente, tuttavia, è efficace e si capisce che Sismondi parla di luoghi da lui visitati e che ha ridisegnato in questo romanzo seguendo percorsi approfonditi: «… storico e studioso di culture del Medio Oriente. Ha alternato lo studio a ricerche sul campo che l’hanno portato a compiere lunghi viaggi in Oriente, dalla costa araba alla Palestina, dall’Egitto alla Mesopotamia. Prima di scrivere Zenobia, regina delle sabbie ha visitato i palazzi della Regina, i templi, le tombe e le rovine di quella distrutta città che ancora conserva il suo nobile aspetto.» (dal retro di copertina).

L’autore scrive in epoca fascista nel 1924 “nella solitaria quiete dell’Harrar”; anche se è lontano dall’Italia si sente lo spirito dei tempi permeati dal mito della potenza romana; anche qui non si può che sorridere di fronte a certe tiritere sulla grandezza dell’impero. I personaggi più che dialogare declamano.

Abbondano anche considerazioni filosofiche e religiose, con ammiccamenti al cristianesimo delle origini, ma non è documentata storicamente la propensione di Zenobia verso questa religione, anche se sono probabili le sue simpatie per i nuovi culti monoteistici, senza per questo abiurare gli dei tradizionali.

L’autore dichiara le sue fonti:«Tra le varie opere consultate, tutte parche e frammentarie per quanto riguarda quel periodo e quei luoghi, scelsi, per la sua interezza e per la cronologia che ritenni più esatta, il pregevole libretto di Lucien Double Les Césars de Palmyre, e ne seguii in gran parte l’esposizione dei fatti: così il mio racconto è tutta storia vera, tranne i piccoli episodi e le parole attribuite agli attori, che mi hanno (sic) servito a rendere, meglio che ho potuto, la fisionomia di quei tempi lontani, il pensiero di quelle genti, i contrasti politici, economici, religiosi che le turbarono e il lavoro che le fecero grandi, gli errori che affrettarono lo sfacelo del loro regno.» (dalla nota Al lettore).

Le ultime pagine sono le più belle, meno inquinate da retorica.

È riuscito l’autore a dar luce a «… quei ruderi millenari che sembrano un miracolo nella vasta solitudine assolata, e fanno pensare a quanto dovette esser piena di fascino la città viva e rumorosa, cinta di verde, oasi di vita vibrante nella morta distesa d’un oceano di sabbia, effimera florescenza artistica di un popolo mercante, sosta marmorea di geni nomadi, incredibile stazione murata di migratori fantasiosi, avvezzi alle tende.» ? (dalla nota Al Lettore)

Questo scriveva nel 1929. Oggi, purtroppo, quelle rovine sono ancor più rovine.

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