Palmira Storia di un tesoro in pericolo

Palmira in pericolo

Palmira, Storia di un tesoro in pericolo

Palmira
Storia di un tesoro in pericolo

di Paul  Veyne
traduzione di Emanuele Lana

 

Palmira, un tesoro da salvare.
L’archeologo Paul Veyne dedica questo studio ad un uomo, Kalhed al-Asaad, il responsabile del sito archeologico di Palmira, che rimarrà per sempre un simbolo della lotta contro la barbarie di chi fanaticamente vuol distruggere la civiltà. La sua decapitazione ha sconvolto chiunque abbia a cuore la cultura e l’umanità; responsabile di questo misfatto e della distruzione di tante opere artistiche insostituibili fu, nel maggio del 2015, l’ISIS:

“A Khaled al-Asaad,

archeologo,

direttore generale delle Antichità di Palmira

dal 1963 al 2003,

assassinato per  «essersi interessato degli idoli»”

Nel 2016 Palmira è stata liberata, ma la minaccia della lotta tra fazioni pende ancora sopra le sue rovine.

Nell’appassionata ricostruzione storica di questa meravigliosa città antica, Veyne sottolinea il suo carattere di “patchwork culturale” che con la propria diversità costruisce un’identità peculiare ed inimitabile:

“… si sente soffiare su Palmira un fremito di libertà, di anticonformismo, di «multiculturalismo»”.

La città gemella di questa Palmira cosmopolita e al tempo stesso particolare è, secondo l’autore, Venezia.

E naturalmente non si può che far propria la conclusione  di questo libro:

“Sì, decisamente, ostinarsi a conoscere una sola cultura, la propria, significa condannarsi a vivere una vita soltanto, isolati dal mondo che ci circonda”.

Sintesi :

  1. La ricchezza nel deserto. Palmira, insieme a Pompei  ed Efeso  risulta tra i siti archeologici più rilevanti. Sorgeva in pieno deserto, ma la ricchezza, nel 200 d. C. quando ormai la città apparteneva alla sfera romana, era dovunque. La popolazione era di lingua aramaica, però ogni palmireno benestante usava il greco ( che era l’inglese di allora). Su templi funerari, ipogei e torri rettangolari in cui abitavano le famiglie altolocate che esercitavano il controllo sugli scambi commerciali, dominava il santuari o di Bel.
    Palmira si poneva come il luogo civilizzato che fungeva da confine, vicino alla barbarie nomade da una parte, e da civiltà diverse, come la Persia (e più oltre l’India e la Cina). Era come Venezia a contatto con la civiltà bizantina da una parte, e i Turchi dall’altra.
  2. Un’antica città monumentale. Oggi ci appare non come un ammasso di rovine, ma quasi come una città smontata: «… su una base di deserto e di palmeto, un chilometro e mezzo di muraglia monumentale e di colonnati che sfilano come in corteo; … Il commercio con il vasto mondo aveva trasfigurato questa oasi aramaica, così come da pochi isolotti fangosi sull’Adriatico avrebbe poi fatto Venezia. Il colonnato rappresentava l’urbanesimo d’avanguardia e la vita di tutti i giorni, il santuario del dio Bel era la San Marco di questo porto del deserto». Le colonne sostenevano i portici sotto i quali si aprivano le porte delle botteghe. Il territorio era insufficiente per il fabbisogno alimentare, per cui si importavano grano, vino e olio; la vita era cara. Il luogo favoriva l’allevamento di capre, montoni, cammelli e cavalli. La città possedeva un vasto territorio, l’oasi era compresa nella zona dei 200 millimetri d’acqua piovana.
  3. Essere capitalisti a quei tempi. Il livello medio di vita può essere paragonato a quello del terzo mondo oggi, con un divario notevole tra ricchi e poveri. La prosperità di Palmira era dovuta alla sua posizione situata com’era sulla via più breve tra il Mediterraneo e l’Eufrate. Città carovaniera, ma anche repubblica mercantile; questo tipo di traffico implicava capitalisti e mercanti: il capitalista era un cavaliere, un guerriero, uno sceicco, cioè il capo di tribù più o meno sedentarizzate. Il corpo civico era costituito da un gruppo di tribù dominate da alcune famiglie di principi-mercanti.
  4. L’antichità nell’antichità. Palmira verso il 2000 a. C. esisteva già con il nome di Tadmor. Verso il 1000 a.C. gli Aramei provenienti dalla Siria la invasero imponendo il nome di Aram. Si succedettero varie dominazioni fino a quella romana. Le sorgenti sulfuree o potabili fecero sì che l’oasi fosse abitata fin dall’antichità da agricoltori e allevatori stanziali.
  5. Palmira suddita dei Cesari. “Conquistare Palmira e dislocarvi una guarnigione era come riaffermare i diritti dell’impero sul deserto”. Ma i veri padroni della città erano i ricchi; furono loro a ellenizzare la città, il che equivaleva a modernizzazione.
  6. Una tribù siriana e una città ellenizzata. Divisa in 4 tribù, la città, anche se simile alle tipiche città greco-romane, conservò comunque un qualcosa di straniero e di esotico.
  7. Salvare l’impero. Verso il 200 fu elevata al rango di colonia e i Palmireni erano fieri di essere romani, senza tuttavia perdere la loro specificità. La vicenda di Odenato e Zenobia si colloca in un periodo di difficoltà per l’impero di Roma.
  8. L’epopea palmirena. Nel 251 Palmira diventa un principato ereditario vassallo di Roma e il suo dinasta era senatore romano. Odenato sconfigge Sapore I di Persia e combatte diverse battaglie contro l’impero romano, diventando padrone di Siria e Mesopotamia. Nel 267 Odenato viene assassinato a tradimento. Gli succede Zebobia che conquista Egitto e Arabia. Arriva a battere moneta. Regna a nome del figlio Wahballat; è una donna colta che si circonda di letterati come il retore Callinico ed il filosofo Longino, è filoellenica e religiosa con simpatie verso il giudaismo, protettrice dei manichei. Zenobia ha in mente grandi cose per il figlio Wahballat, forse il titolo di sovrano dell’Oriente; la sua forza, nel conquistare l’Egitto, stava nel poter ricattare Roma per le forniture di grano. Ma si trovò davanti Aureliano che la sconfisse. Sulla sua fine fin dall’antichità circolarono leggende e storie non verificate.
  9. Un’identità ibrida. Zenobia era una regina orientale, ma anche una romana. Era l’impero a rappresentare l’ordine sociale dell’epoca e quindi a garantire il potere alle élites locali. Nelle province il passato nazionale non veniva dimenticato, ma l’impero rappresentava la sintesi di tutti i “passati locali”. Le classi dominanti erano sì ellenizzate, ma nei passatempi collettivi, nelle feste, nell’arte locale, era conservata una mentalità tradizionale diversa.
  10. Cenare con gli dei. Un’abitudine dei palmireni, come esempio di questa diversità, erano i banchetti sacri offerti dalle confraternite chiamate mirzah e a cui si partecipava su invito (come testimoniano le tessere di terracotta ritrovate: ed è significativo che le iscrizioni fossero non in greco, ma in palmireno).
    Un popolo di devoti? Si tratta comunque di un elemento tradizionale nel culto degli dei.
  11. La religione dei Palmireni. Il culto degli dei e quello dei morti erano distinti. Vi era una sessantina di divinità ed ogni tribù aveva la propria alla quale chiedeva in preghiera prosperità e protezione. Sopra tutti c’era Bel, il “Signore”, l’”Eroe”. Divinità che poi venne modernizzata, identificata con Zeus sovrano del cielo e dio astronomico, assumendo un significato cosmico più vicino all’ambiente colto, filosofico, in cui gli intellettuali, anche alla corte di Zenobia come in tutto l’impero,dibattevano sull’opportunità di una divinità potente da proporre a tutti, accanto e sopra le divinità di ognuno. Mentre la folla rimaneva fedele al proprio dio, ad una religiosità più tradizionale e meno “civica”.
  12. I ritratti palmireni. “Si può affermare che a Palmira ciò che è greco-romano è opera di artisti stranieri e ciò che è orientale o ibrido è opera di artigiani locali”. La scultura religiosa e funeraria fonde Oriente e Occidente, come stanno a testimoniare i particolari ritratti palmireni. Ne sono rimasti più di un migliaio, dispersi nei musei di tutto il mondo. Provengono dalle ricche tombe di famiglia. Abbigliamento sontuoso, ornamenti opulenti, questi ritratti maschili e femminili non sono ritratti veritieri, non riproducono i lineamenti del defunto, ma lo simboleggiano. Gli artigiani imitavano l’arte greco-romana, ma la loro mano conservava un che di arcaico e diverso, una vecchia abitudine proveniente da un sostrato orientale.

 

Conclusione. “…Palmira è stata un crogiolo di elementi diversi, Aram, Arabia, Persia, Siria, ellenismo, Oriente, Occidente. … Eppure,  come anche la vicina Emesa, è sempre rimasta se stessa, né ellenizzata né romanizzata nella sua molteplicità.”

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