Crioconservazione: Zero K

crioconservazione a Convergence

crioconservazione: è il tema di Zero K

Don Delillo

Zero K

Einaudi 2016

Crioconservazione. Convergence. Di che si tratta? La crioconservazione è una metodologia che consente «la conservazione del corpo fino all’anno, il decennio, il giorno in cui fosse stato possibile risvegliarlo senza correre alcun rischio» (Così viene definita nel romanzo).
Convergence è il sistema creato per realizzare la crioconservazione.
Sembra fantascienza, e comunque “cosa da pazzi”, ma andando a vedere articoli di giornale, notizie da fonti varie, sembra che questi pazzi esistano davvero, e precisamente in America.

Tornando ai fatti narrati nel romanzo, si scopre che:

  • il narratore, Jeffrey Lockhart, ha un padre assai ricco, Ross, sessantenne, sposato, per la seconda volta, con Artis Martineau, molto malata
  • per questa ragione Ross decide di affidarsi ad un’azienda dalla tecnologia avanzata in grado di applicare la crioconservazione alla moglie in attesa che la scienza sia in grado di curarla; azienda che si chiama Convergence governata da strani personaggi un po’ santoni  e un po’ artisti e che ha una segretissima sede nel deserto del Kazakistan
  • il narratore ha diversi dubbi su tutta l’operazione «Jeff è turbato: non capisce se a Ross è stato fatto il lavaggio del cervello dagli uomini di Convergence (un gruppo che ha non poco in comune con una setta religiosa o un manipolo di body artist) oppure se è la decisione consapevole e radicale di un uomo tanto ricco e potente che ha deciso di possedere anche la morte» (risvolto di copertina), ma accompagna il padre e la sua seconda moglie una prima volta, e poi di nuovo il padre deciso a seguire la donna anche in questa estrema avventura facendosi ibernare
  • Jeffrey ha un rapporto conflittuale con il padre da quando quest’ultimo ha abbandonato la prima moglie, sua madre; in questa circostanza, nel momento in cui sorge la terribile e inevitabile necessità di dirsi addio per sempre di fronte alla morte, c’è il tentativo di un riavvicinamento tra padre e figlio

Sembra un tema astruso questo del romanzo, proiettato in un’atmosfera fantascientifica, eppure ci propone riflessioni molto attuali.
Il tema dello scontro tra scienza e religione per il controllo sulla vita umana è qualcosa che ormai ci riguarda da vicino, tanto da richiedere interventi legislativi.
E, naturalmente, è ineludibile la domanda: si può vivere per sempre? ha senso la vita, se è eterna?
Se la pone Jeffrey: «Che senso ha la vita se alla fine non si muore?».

Poi, ancora, lo scorrere della vita: «C’è un app per smartphone che ti conta i passi. I miei me li contavo da solo, giorno dopo giorno, falcata dopo falcata, decine di migliaia.»

In queste frasi del protagonista è racchiusa tutta la tristezza per il tempo che passa, per la vita che si consuma. Per la morte che si avvicina, per l’assurdità che ci porta a negarla, a sfuggirla.

Altro tema che percorre il romanzo è quello della potenza incontrollata della tecnologia che ci manipola, ci avvolge, ci toglie capacità decisionali e cognitive.
Lo scrittore ci  propone una descrizione lucida dell’ alienazione che la tecnologia digitale opera su di noi: «Vado avanti grazie alla droga fantoccio della tecnologia ad uso personale. Ogni pulsante sfiorato mi provoca l’eccitazione neurale della scoperta di qualcosa che non avevo mai saputo né avevo mai avuto bisogno di sapere finché non mi compare sotto gli avidi polpastrelli, dove rimane per il tremolio di un secondo per poi scomparire per sempre.»
«La tecnologia è diventata una forza della natura. Non siamo in grado di controllarla. È come un turbine sopra il pianeta e noi non sappiamo dove andarci a nascondere».

Altro argomento connesso alla tecnologia invasiva del digitale e alla globalizzazione è la ricerca di identità in un mondo che la confonde, la spezzetta, la disperde nel virtuale informatico.
Il protagonista narratore si muove smarrito in una zona incerta, sospesa quasi sul bordo del baratro. Da qui Jeffrey guarda, ma non sa cosa vede: la fine del mondo? un mondo futuro asettico e ostile, minaccioso nella sua totale diversità da tutto ciò che conosciamo?

C’è tra Jeffrey e la realtà un distacco, come uno scarto di indifferenza, che blocca ogni agire.
Egli si pone di fronte ad un universo che è fondato sul vedere e sulla contemporaneità delle visioni, sull’elencazione acritica e infinita di ciò che abbiamo davanti agli occhi.
Che è, in fin dei conti, l’universo digitale, dove si viaggia tra salti temporali e balzi da un luogo all’altro senza mai sapere dove si va a finire.
Nel libro ricorre spesso la necessità di “dare un nome” a eventi, persone, cose, per ritagliarle da un indistinto onnipresente e sottrarre così la realtà alla sparizione nell’universo dominato dal panico digitale.

«Nessun libro, finora, aveva saputo mantenere uno sguardo tanto lucido e allo stesso tempo visionario sul pianeta Terra ad altezza del ventunesimo secolo» (risvolto di copertina)

«Tra centinaia di anni, ammesso che l’umanità non si sia estinta e continui a leggere libri, se qualcuno vorrà capire cos’era la vita in Occidente tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio del nuovo millennio non avrà modo migliore per farlo che leggere i romanzi di Don Delillo» (Jennifer Egan)

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