Rosso Istanbul

Rosso Istanbul

Rosso Istanbul di Ozpetek: il racconto di un’assenza

 

Regia di Ferzan Ozpetek
con Halit Ergenç, Tuba Büyüküstün,
Nejat Isler, Mehmet Günsür,
Cigdem Onat, Serra Yilmaz.
Italia, Turchia, 2017, durata 115 minuti.

 

 

Rosso Istanbul
Tanti primi piani: volti che si stagliano nitidi su sfondi sfocati. Sfocati come i sogni o come i ricordi.

Troppo poche le immagini di Istanbul, di questa città indimenticabile anche per chi l’ha vista solo una volta. Chi ci ha vissuto e l’ha lasciata, non può che ritornarvi, non può che ricercarvi ricordi e persone, affetti e luoghi dell’anima.
Rosso Istanbul è prima un libro autobiografico del regista Ferzan Ozpetek ed ora diventa un suo film.

Libro e film raccontano il suo ritorno a Istanbul. Per chi conosce i film di questo regista i temi sono forse ripetitivi, anche se espressi intensamente: ci sono questi volti che invadono tutto lo schermo; sarebbero suggestivi, ma forse non giovano al coinvolgimento dello spettatore certe artificiosità -a volte con cadute di stile nella banalità- dei dialoghi.

La trama di Rosso Istanbul:

Orhan Sahin, uno scrittore che deve la sua fama a una raccolta di favole anatoliche (e che porta il nome del premio Nobel turco Pamuk), torna ad Istanbul dopo vent’anni di esilio autoimposto a Londra. Il suo compito è fare da editor a un celeberrimo regista, Deniz Soysal, che ha scritto un libro in cui sono contenuti ricordi d’infanzia e giovinezza, nonché amori, amici e parenti: questi ultimi ancora vivi e presenti nella Istanbul contemporanea, e pronti a presentarsi al cospetto di Orhan. Soysal invece, dopo un breve contatto iniziale, scompare, come per lasciare il suo posto all’editor venuto dall’Inghilterra. Sahin raccoglierà suo malgrado il testimone del regista entrando nella sua vita e nel suo mondo degli affetti, con un coinvolgimento personale che sorprenderà lui per primo. (da www.mymoviees.it)

La vicenda è esile, ma non è importante: è la trama delle relazioni e dei ricordi che conta, è l’atmosfera sfuggente e nostalgica, tutta rivolta al passato; un’atmosfera che sospende i personaggi nell’attesa di un ritorno, un nuovo ritorno dopo la sparizione – allegorica? – del regista protagonista del film.
Quella che Ozpetek ci mostra è la Istanbul del 2016, ma solo echi lontani dei conflitti oggi in atto in Turchia raggiungono i polverosi ed affascinanti salotti di una borghesia ormai diluviana:

Così come stava svanendo il mondo che raccontavo: quello di una borghesia laica, emancipata e colta, che viene lentamente inghiottita da una città in perenne e violenta trasformazione urbanistica di cementazione selvaggia, moderna e avveniristica nelle sue sfide architettoniche ma conservatrice e arcaica newlla sua concezione della politica intrecciata alla religione. (da Ritorno a Istanbul, di Ferzan Ozpetech, in Robinson, la Repubblica 26 febbraio 2017)

Credo sia questa accorata presa di coscienza dello svanire di un mondo amato, e forse migliore del presente, la vera essenza del film, che narra l’assenza, la sparizione.
Ozpetek guarda la città dalla terrazza della sua casa a Istanbul e la vede sfumare…

Non è un caso infatti se in questo film ho voluto inserire la mia casa a Istanbul, la cui terrazza affaccia sulla meraviglia della torre di Galata, la celebre costruzione medievale voluta dalla Repubblica marinara di Genova, che all’origine chiamavano Torre di Cristo, ma che oggi è un simbolo “laico” della città al di fuori dello skyline dominato dalle moschee. Un monumento che è, come me, italiano e turco insieme. Durante le riprese mi sembrava di perdere la mia città continuamente, quasi sfumasse nel clima pesante di profonda incertezza che oggi l’avvolge. (da Ritorno a Istanbul, cit. sopra)

Libro e film sono dedicati alla madre, e non poteva essere altrimenti. Ma soprattutto è dedicata a Istanbul, gli occhi sono puntati lì, anche se la visione è sfocata.
Forse, come dice il regista, non sono i suoi occhi a guardare Istanbul, ma è la città a guardare Ozpetek.

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