Ferocia

Ferocia ferocia

Ferocia: la cifra del nostro tempo

Nicola Lagioia
La ferocia
Einaudi 2014

 

Ferocia. Essere feroci. La disgregazione familiare e sociale della nostra epoca, di questo nostro mondo impazzito: in ciò consiste la ferocia. Sembra che non sia possibile ricucire gli strappi tra cittadini, tra amici, tra parenti, strappi dovuti all’avidità di soldi e potere, un binomio corrosivo di ogni rapporto, anche il più sacro.Già l’inizio del romanzo è pervaso dalla ferocia di quella figura femminile che avanza lentamente, nuda e coperta di sangue, in mezzo alla strada.
È Clara Salvemini, figlia di Vittorio, influente costruttore di Taranto. Che cosa l’ha condotta a questa fine? Lo sapremo solo alla conclusione del romanzo, dopo aver ascoltato le voci della famiglia Salvemini: ogni personaggio sposta il suo sguardo sugli altri seguendo un percorso divergente, che allontana ogni volta la comprensione degli avvenimenti. Non c’è una verità, perché niente è condiviso in questa «storia di due giovinezze, una famiglia, una città, delle colpe dei padri annidate nella debolezza dei figli, di un mondo dove il denaro può aggiustare ogni cosa fino all’attimo preciso in cui è già troppo tardi.» (retro di copertina)
In questa famiglia tutti vogliono fuggire lontano l’uno dall’altro ma il filo della ferocia li blocca: rimangono impigliati in qualcosa che non hanno scelto, che non vorrebbero, ma che è più potente del desiderio di libertà; i legami famigliari tanto più si sgretolano, quanto più si infittisce la rete che li intreccia.
A poco a poco emerge la verità sulla fine di Clara, è il fratello che lei amava di più a scavare in quel torbido sempre più torbido, prendendo coscienza, nel contempo, di quanta corruzione e ferocia avvolgono la fortuna economica del padre.
Ma se la spiegazione dei fatti nudi e crudi alla fine può offrire una chiave di lettura della vicenda, quel che sfugge inesorabilmente, per tutti quelli che hanno conosciuto Clara, perfino per Michele, è ciò che poteva celarsi nel cuore della ragazza.
La scrittura di Lagioia sconcerta, sembra dispersiva, barocca, al tempo stesso lucida in quell’insistenza descrittiva di piccoli accadimenti marginali, come la nuvola di falene fluttuante nella luce che compare all’inizio e poi alla fine della narrazione con tutto il suo sapore di morte, o l’apparizione del topo che, nelle prime pagine del libro, esce dalla fogna introducendo un brivido di sospesa ferocia, una ferocia che alla fine del romanzo si esplica in tutto il suo orrore nello scontro con la gatta persa da Michele.
Ed è quasi una parabola rovesciata della sorte di Clara, alla quale, forse, era mancata proprio la ferocia per poter sopravvivere.

Nicola Lagioia, con questa sua opera ha vinto il Premio Strega per il 2014; lo scrittore ha pubblicato altri libri, ricevendo diversi riconoscimenti.

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