Lautrec e Montmartre

Lautrec  e Montmartre : Lautrec è Montmartre, Montmartre è Lautrec.

Lautrec e Montmartre

Lautrec e Montmarte

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Nella seconda metà dell’Ottocento Montmartre era un quartiere periferico dalle molteplici identità e si stava sviluppando ai margini del nucleo urbano parigino come zona dedicata al divertimento, con caffè-concerto, cabaret, maison closes, e abitata da personaggi singolari, artisti, ballerine, cantanti, attori.

Di questo mondo eterogeneo Toulouse-Lautrec diventa non solo l’interprete, ma il simbolo stesso; ne diventa il marchio, con la sua opera e con la sua stessa vicenda biografica.

L’epoca dei manifesti inizia nel 1864 quando fu pubblicato a Parigi il primo manifesto illustrato in bianco e nero da Daumier. Da allora la litografia aveva fatto rapidi progressi ed era nata la cromolitografia, tecnica perfezionata e portata a livello di arte da Jules Chéret.

La prima esperienza di Lautrec in tal senso è del 1891: Zidler, direttore del Moulin Rouge, affida al giovane pittore l’incarico di eseguire per il suo locale un manifesto che sostituisse quello ormai superato di Chéret.

Già in questa prima opera si possono rintracciare quelle caratteristiche che saranno poi proprie dell’artista: padronanza assoluta della linea curva, arabeschi, definizione spaziale ardita, stesura à plat  dei colori, sproporzione usata con funzione emotiva; egli  sa tradurre il bagaglio culturale del simbolismo in termini di comunicazione.

In effetti la stilizzazione, presente in tutta la sua opera grafica, ha qualcosa di affine con le ricerche dei simbolisti, ma Lautrec se ne discosta nel momento stesso in cui rifiuta ogni evasione di tipo spiritualista: il suo approccio sarà sempre laico, concreto e disincantato. Egli costringe il naturalismo descrittivo ad una sintesi emotiva di forte espressività, procedendo attraverso strappi e disarmonie.

Un’influenza indubbia ebbe su di lui il japonisme, come su altri, come su Degas, da Lautrec molto ammirato.

Lautrec sviluppò una vera passione per la litografia, frequentava abitualmente le stamperie seguendo ogni fase della realizzazione delle sue opere, sperimentava tecniche e colori, mescolava gli inchiostri, tirava in diversi colori la stessa composizione.

Con questo nuovo mezzo espressivo, che ha contribuito ad innovare nella tecnica e nella forma artistica, Lautrec ha realizzato manifesti, stampe per il collezionismo, copertine di libri, menu, locandine per il teatro, cartelloni pubblicitari, affermandosi come artista della comunicazione in senso moderno. In questo egli era  in sintonia con la sua epoca, con lo spirito che animava l’Art Nouveau e il modernismo, anche se poi, oltre questa premessa, la strada del pittore di Montmartre, abbandona la via gioiosamente fiorita tracciata dal linguaggio festoso del modernismo; lo sguardo di Lautrec diventa “coscienza allarmata, occhio ferito e addolorato dall’analisi psicologica che si fa indagine partecipe e non ristoratrice panacea per la psiche” (G.Cortenova)

Rispetto alla pittura, il mezzo espressivo della litografia subisce un processo di semplificazione e trasfigurazione: innanzi tutto è diversa la scelta dei colori,  che sono molto più vivaci, stesi in modo uniforme e racchiusi da linee ben definite, come nelle partiture delle vetrate (è evidente il legame con il cloisonnisme). Confrontando un quadro con la litografia che ha il medesimo soggetto vediamo che la decorazione sostituisce il realismo del quadro, con esiti che prefigurano l’astrazione.

L’interesse di Lautrec per il teatro fu sempre intenso; del resto nell’ esagerazione espressiva, nel gesto accentuato, nel rituale declamatorio caratteristici degli attori trovava un corrispettivo del suo gusto per la deformazione.

Tuttavia l’uso della distorsione caricaturale, tipica dei suoi ritratti, è, in un certo senso, funzionale a far emergere la psicologia dei personaggi e soprattutto quel fondo di  sconfinata malinconia, che solo l’apparente festosità di situazioni, colori, piaceri trattiene dal diventare disperazione.

La caricatura diventa così sguardo crudele, ma al tempo stesso partecipe e solidale, e coinvolge l’osservatore a livello emotivo, provocando una specie di folgorazione visiva.

«Uomo del suo tempo, punta ad ottenere effetti immediati e brillanti, aderendo all’idea della libera diffusione delle immagini. Un segno scorrevole e ritmico, un’impostazione più simbolica che descrittiva, un linearismo ininterrotto connotano le sue opere. Alla base è la padronanza del disegno come elemento espressivo a sé, generatore dell’opera grafica. Viene poi la complessità di una realizzazione, che deve tenere conto della reazione del pubblico, della individuazione della via più immediata di trasmissione di un messaggio, capace di dare sostanza estetica anche a contenuti di per sé labili.» (M.T. Benedetti)
Bibliografia

  • Maria Teresa Benedetti, Henri de Toulouse-Lautrec, l’opera grafica, saggio in catalogo ( Toulouse-Lautrec,
    Luci e ombre di Montmartre)
  • GérardGeorge Lemaire, L’uomo che adorava le donne, Art e Dossier, marzo 1992
  • Giorgio Cortenuova, Toulouse-Lautrec, Dossier Art n.70, luglio-agosto 1992, Giunti
  • Toulouse-Lautrec, La collezione del Museo di Belle Arti di Budapest, catalogo della mostra a Roma, Museo dell’Ara Pacis, 4 dic 2015 – 8 mag 2016, Edizioni Skira
  • Renaud Temperini, Estetiche della modernità, in La pittura in Europa,. La pittura francese,
    Electa, 1999
  • Renato Barilli, La “Commedia umana” da Ensor a Lautrec, in L’Arte Moderna, Fabbri 1977
  • Claude Roger-Marx, Les Lithographies de Toulouse-Lautrec, Fernand Hazan 1951
  • Roger-Marx – Umbro Apollonio, Toulouse-Lautrec, l’oeuvre graphique, NCR ed.1952
  • Émile Schaub Koch, Psycanalyse d’un peintre moderne, L’EDITION LITTERAIRE INTERNATIONALE, 1935

 

 

 

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