Schiele

Reinhard Steiner

Egon Schiele
L’anima notturna dell’artista
Traduzione di Emanuela dal Cason
Taschen 2001

Schiele figlio del suo tempo: Steiner tratteggia la personalità di questo artista mettendone in rilievo da una parte le caratteristiche che, pur nella loro singolarità, legano strettamente il pittore agli umori della sua epoca; dall’altra quegli eventi del suo vissuto che più hanno influenzato la sua arte. Il saggio, esaustivo nella sua brevità, si legge agilmente; è corredato da riproduzioni di media qualità, ma non sempre corrispondenti alle opere citate dal critico.
Costante il paragone con colui che lo stesso pittore assume come padre artistico e verso cui sempre ha mostrato grande ammirazione, Klimt: «Sono passato attraverso l’arte di Klimt».
Una breve tavola cronologica ci informa dei momenti salienti della biografia di Schiele.

Sintesi:

Un centinaio di autoritratti ci raccontano di un pittore attento osservatore di se stesso, su cui esercita un esame maniacale e impietoso. Se nei primi ritratti prevale un senso di innalzamento grandioso ed esibizionista del proprio essere , poi le immagini di sè sempre più si caricano di emozione per arrivare a costituire, attraverso uno specchio deformante, un vero e proprio alter ego; a partire dal 1910, si esibisce sempre più il corpo nudo in un’alienazione totale dell’io, distanziandosi in modo crescente dalla lezione klimtiana del “rivestimento”.
Determinante è l’influsso di Klimt, che Schiele continuerà a venerare come maestro; Klimt, d’altra parte incoraggia e protegge il giovane artista.
Anche se presto Schiele si stacca dallo stile lineare e decorativo, nelle sue figure, fortemente espressionistiche, conserva ancora tracce klimtiane. Colpiscono nei quadri di figura la mancanza di prospettiva, l’invenzione di visuali inconsuete che conferiscono ai corpi tratti goffi e deformati; ciò che soprattutto vuol raffigurare è l’espressione attraverso la mimica e i gesti: la sofferenza si esplica in convulsioni, in smorfie e le persone si rivelano come “marionette indifese nel gioco di violente forze affettive”. Tutta la sua opera sembra basata su una mitologia molto personale e derivante dall’inconscio.
Schiele aveva un’opinione altissima della sua pittura, considerava la sua attività un esercizio spirituale sacro capace di affrontare i temi della vita e della morte con un afflato mistico, come mostrano molti dei suoi quadri visionario-simbolici.
Uno dei temi più legati al suo vissuto è quello del rapporto madre-figlio, che rispecchia il suo contrastato legame con la madre e che mette in evidenza la sua latente misoginia, nonché il forte complesso materno. Il matrimonio con Edith Harms evidenzia il desiderio di una vita regolare, quasi borghese; questo produce degli effetti anche sulla sua opera: il linguaggio espressivo diviene meno aggressivo e spigoloso e quella che era una drasticità dissonante si stempera in una vena di malinconia.
Nei quadri di paesaggi si passa dalla semplice riproduzione a paesaggi costruiti secondo la lezione klimtiana, per approdare, infine, ad una resa antropomorfica di piante e cose, a paesaggi che sono sempre più paesaggi dell’anima. Non compare, nelle sue opere, la città moderna, simbolo di un mondo lontano dal suo modo di sentire: «Si ha l’impressione che la grande città e la vita moderna, come pure gli “orrori sanguinosi della guerra mondiale”, gli siano apparsi come conseguenze fatali delle “tendenze materialistiche della nostra civiltà” a cui non voleva prestare alcuna attenzione nella sua opera artistica. Non con fare nostalgico, ma come diretto erede del “Ver Sacrum” della Secessione viennese Schiele credeva ai “resti di una nobile cultura” e credeva che questa potesse venir conservata solo con l’aiuto delle arti, fermando così “il progressivo dissolvimento della cultura”».
Quando il suo grande maestro, Klimt, morì, egli si sentì il suo legittimo erede. Klimt morì il 6 febbraio del 1918, Schiele il 31 ottobre dello stesso anno.

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