Sorrentino intervista i fratelli Coen

Il regista Sorrentino

Il regista Sorrentino

Il segreto del regista a due teste
di Paolo Sorrentino
il venerdì di Repubblica
31 gennaio 2014
Sorrentino parla del talento dei fratelli Coen:
«Per il grande talento, funziona come per i gioielli di famiglia prima di partire per le vacanze. Li nascondi con così tanta cura che, per ritrovarli, devi iniziare un lungo, paziente lavoro di ricerca. Dunque procedi per tentativi». Parla del fatto che essi, quando alludono al loro lavoro, usano termini come fatica, memoria, esperimenti.


«Il talento, come il diamante perfetto, è inspiegabile. Perché è un mistero.»
È un’illusione pensare di penetrare i meccanismi del loro lavoro, perché non è questione di ragionamenti, ma di sensazioni e, per di più, sensazioni non condivisibili, valide solo per chi le prova.
Sorrentino ricorda lo sperimentalismo che ha caratterizzato i film dei Coen, da Fargo a Non è un paese per vecchi, per arrivare all’ultimo A proposito di Davis, in cui hanno realizzato tutto l’opposto di quello che suggerisce la regola elementare della regia: “per non annoiare lo spettatore, una canzone deve sfociare in un’altra scena”; ma loro, no; lasciano partire una canzone e la snocciolano davanti alla macchina da presa dalla prima all’ultima nota. E questo con grande soddisfazione dello spettatore, altro che noia!
È così che riescono ad unire il bello all’inedito. «L’unica arma che sconfigge la maniera».
Nei loro film, a partire da Il grande Lebowski, hanno usato soprattutto la divagazione e con l’uso “smodato e leggendario” di questo espediente hanno incantato gli spettatori: «I Coen hanno convinto gli spettatori della forza della divagazione. Hanno sdoganato la gratuità, elevandola a forma d’arte, regalando a tutti i cineasti successivi una nuova, impensata forma di libertà…»
I due fratelli, detti “Il regista a due teste“, scrivono assieme le scene, anche nei dettagli, assieme le rileggono e le correggono.
Poi girano il film come fosse un gioco, naturalmente con la serietà assoluta che un vero gioco richiede, seguendo regole precise.
Poi c’è il montaggio, che affrontano come la fase di risoluzione dei problemi.
In registi così precisi sembra impossibile che possano insorgere difficoltà, invece affermano: «È la fase della disperazione. Il momento in cui dobbiamo decidere se infilarci una pistola in bocca e premere il grilletto o infilarci nella vasca da bagno e tagliarci le vene. Il montaggio serve a risolvere i problemi».
Tutte le domande di Sorrentino, formulate per “imparare qualcosa del loro mestiere” (a detta dello stesso), vengono eluse, svaporano in una elegante e ironica divagazione; così conclude la sua intervista: «Alla fine, non ho carpito nessun segreto, ma è venuta giù una bella malinconia, calda, rassicurante e piacevole, come in un capolavoro dei fratelli Coen».

 

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