La ricetta dell’assassino

Anne Holt
La ricetta dell’assassino
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Einaudi 2013

Un Masahiro 210 infilzato nel petto di un celebre cuoco è senz’altro un bel quadro, quasi di maniera nella sua perfezione. Chi era veramente Brede Ziegler, il celebre cuoco? Non certo una bella persona; ricco, famoso, egoista ed avido, aveva troppi nemici perché si possa capire facilmente qualcosa della sua morte. Tanti nemici da essere ucciso due volte: sì, oltre al coltello anche l’avvelenamento ha avuto la sua parte, come dire che un uomo così malvagio e spietato si merita di morire due volte.
Billy T. conduce le indagini, ma è in crisi; ci vorrebbe Hanne Wilhelmsen, che dopo la morte dell’adorata compagna Cecile se n’è andata cancellando tutto e tutti dal suo dolore, tradendo amicizie ed impegni, lasciando una scia di addolorati e offesi dal suo comportamento; in primis proprio Billy T., che ha perso completamente la bussola e vede franare miseramente le sue indagini, la sua salute, le sue famiglie, la sua vita.
Il ritorno di Hanne riporta la razionalità e la capacità di mettere assieme i pezzi sparsi. Così, tra risentimenti, rancori, nuovi spiragli, l’ispettore più acuto di Oslo, Hanne Wilhelmsen, chiude le fila delle storie.
Perché si tratta proprio di raccogliere pezzi di storie: i capitoli alternano episodi della vita di personaggi che sembrano estranei alla faccenda a scene di vita di chi investiga e a verbali di interrogatorii.
Ma poi, a poco poco, si allacciano rapporti tra i personaggi e le tessere vanno al loro posto; come dice un personaggio, Suzanne, in un modo o nell’altro, tutti si conoscono e si trovano in relazione tra loro perché «La Norvegia è davvero una specie di… villaggio?».
Quella di Anne Holt è una scrittura tutta di fatti eppure molto umana: i sentimenti, le emozioni, gli stati d’animo si percepiscono da un gesto, da parole non dette, da un sorriso, da un dialogo – senza alcun commento. Capacità di grande narrazione.

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