Un covo di vipere

Andrea Camilleri
Un covo di vipere
Sellerio 2013

Due misteri si intrecciano, uno propriamente poliziesco, l’altro relativo ad un personaggio singolare, un vagabondo che Montalbano si trova, un giorno, nella sua verandina al riparo da una fitta pioggia.
Alla fine, come è prevedibile, i due misteri si risolvono allacciandosi; dire che è prevedibile, nulla toglie all’intreccio, che resta comunque intrigante.
Si intuisce, è vero, chi è il colpevole, prima che lo stesso commissario lo voglia ammettere a se stesso (un se stesso avvilito dalla sensazione di perdere colpi con l’avanzare dell’età), troppo coinvolto per arrivare rapidamente e lucidamente alla soluzione, ma la storia vale per i contenuti umani più che per la trama in sé.
Il morto è uno solo, ma è un concentrato di putridume umano, tanto che, in uno dei suoi famosi soliloqui-dialoghi tra i due Montalbano, Salvo si interroga sulla sua effettiva voglia di scoprire chi ha tolto di mezzo un simile esemplare facendo il classico bene dell’umanità. D’accordo, vince la posizione contraria alla “giustizia fai da te”, ma a malincuore.  L’avanzare delle indagini si addentra sempre più in “un covo di vipere” e il baratro morale e psicologico è sempre più profondo.
Resiste qualcosa nella catastrofe dei buoni sentimenti? C’è ancora gentilezza ed amore? L’amore, comunque,  ha molte facce, a volte difficili, addirittura impresentabili, ma sempre amore è.
Romanzo scritto nel 2008, ma non pubblicato perché troppo simile ad un altro. Il che non mancherà di contrariare chi si è appassionato anche alla storia sentimentale di Livia e Salvo, che non ha più, per il lettore, un regolare svolgimento cronologico.
Toccante il tema della solitudine della vecchiaia: una volta Montalbano l’amava, la solitudine, ma ora, con l’avanzare degli anni, la prospettiva di non avere attorno l’affetto di una famiglia lo immalinconisce e la partenza di Livia lo lascia turbato per la scoperta della sua fragilità.

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