Vipera

Maurizio de Giovanni
Vipera
Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi
Einaudi 2012

 

La primavera non ha pietà. Come nei suoi precedenti romanzi, ma forse in modo più accentuato, la stagione dell’anno diventa a tutti gli effetti un personaggio della storia, denotato da azioni ed emozioni, perfino da un modo di vestire: «La primavera aveva deciso di incontrare la Pasqua col suo vestito migliore. (…) Si specchia nell’ultimo pezzo di tramonto drappeggiandosi la notte sulle spalle come il più bello dei mantelli…». Ed è alla primavera che l’autore dedica la maggiore ricchezza del suo linguaggio, a volte troppo retorico, quasi barocco; uno stile eccessivo, “col cuore in mano”, ma, si sa, siamo a Napoli e forse solo questo tipo di scrittura aderisce in modo perfetto all’atmosfera partenopea, che, ancora una volta, si respira in ogni pagina di questa storia.
«Manca una settimana a Pasqua nella Napoli del 1932. Al Paradiso, esclusiva casa di tolleranza nella centralissima via Chiaia, Vipera, la prostituta più famosa, è ritrovata morta, soffocata con un cuscino.»
Questo il delitto su cui indaga Ricciardi con a fianco il brigadiere Maione.
Ma naturalmente le storie sono più d’una, quella della giovane Enrica, che aspetta una dichiarazione d’amore dal commissario, quella di Livia, la bellissima, che combatte la sua lotta per conquistare quell’uomo diffile che è Ricciardi, quella del dottor Modo – e del cane che ha adottato – che continua a dichiarare ai quattro venti la sua avversione al regime, quella dolcemente familiare del brigadiere con la amata moglie Lucia e i figli, tra cui la bambina arrivata dai Maione come povero residuo delle vicende del romanzo precedente e amorosamente adottata.
Tutte storie che continuano, promettendoci prossimi appuntamenti.
E poi, importantissime per creare la linfa vitale che dà un senso a questi personaggi, le mille storie di una Napoli che riempie di brulicanti esistenze vicoli, strade, palazzi, osterie, locali, negozi, mercati…
La trama, come sempre, parte nella confusione di troppi moventi e nell’indeterminatezza di volti e voci.
Alla fine, con uno stratagemma stilistico tipico di de Giovanni – agganciare con una parola ripetuta le azioni di un personaggio a quelle di un altro in un ripetersi sempre più veloce – si arriva alla conclusione, che è la soluzione del caso. Ma non quella dei dilemmi personali del commissario Ricciardi.

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