Bello/brutto

Enciclopedia Einaudi
Volume secondo
Bello/brutto (Renata Mecchia)

L’articolo ricostruisce l’itinerario percorso dalla nozione di bello nelle sue più famose formulazioni. Vengono esaminate le posizioni in merito di Platone, Aristotele, Diderot, Croce, de Saussure, Mukarovskú, Lukács, Della Volpe. Un particolare approfondimento è dedicato agli scritti di estetica di Diderot in quanto anticipatori di posizioni della critica contemporanea: «…Quasi tutte le nozioni chiave dell’estetica e della critica contemporanea sembrano infatti anticipate e fondate già da questi testi che permettono di parlare ormai di una vera e propria estetica diderotiana, sia pure espressa in forma non sistematica».
L’autrice considera dapprima l’ambiguità del concetto bello/brutto attorno a cui si è andata strutturando storicamente l’estetica; valutata l’inadeguatezza terminologica (citando l’estetica crociana) ci si chiede quale sia l’incidenza di un’impostazione, anche implicita, dell’estetica formulata come teoria del bello. A questo punto sorgono alcuni problemi riguardanti l’autonomia del prodotto artistico, l’irriducibilità delle varie tecniche artistiche ad un unico modello, la propensione a privilegiare l’esperienza visiva rispetto a quella verbale o musicale.
Analizzando le posizioni di Platone, per altro tortuose e a volte contraddittorie, soffermandosi in particolare su quanto si afferma nel “Cratilo”,  si esamina il rapporto del concetto di bello con la teoria dell’arte come mimesi; l’imitazione, in questo scritto, viene intesa come strumento di produzione artistica secondo procedimenti propri, e di natura convenzionale, non dunque una copia immediata e speculare. Si arriva anche a parlare di una “giustezza” propria della rappresentazione visiva e di una “giustezza” propria della rappresentazione verbale. Il che porta, sia pur in modo molto embrionale, ad un recupero teorico della tecnica.
Esaminate le posizioni di un LuKács (arte come forma specifica del rispecchiamento della realtà, sottospecie dunque degli universali rapporti dell’uomo con la realtà), di un Della Volpe (che si oppone all’estetica crociana rivendicando componenti razionali nel fatto artistico, sia prodotto che fruito), si torna a Diderot, che pur muovendosi ancora nell’ambito di quell’estetica illuminista – che da una parte considerava l’immaginazione una facoltà visiva e dall’altra dava valore artistico al prodotto rapportandolo ad una realtà-modello esteriore – tuttavia mette in evidenza l’eterogeneità dei mezzi attraverso cui le varie arti imitano il modello; non solo, il modello viene spostato dal livello della natura a quello dell’esperienza mentale, affettiva e sensoriale, dando quindi rilevanza al processo imitativo in quanto tale. Si arriva quindi a formulare il pensiero che l’arte opera attraverso diversi materiali per realizzare un “bello” che non esiste in natura, ma scaturisce da un modello interiore; e questo “bello” può essere inteso come “percezione di rapporti”, il che è una valida alternativa ad una teoria referenzialistica del significato.

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