Elogio della matrigna

Mario Vargas Llosa
Elogio della matrigna
Traduzione di Angelo Morino
Einaudi 1999

 

Romanzo del 1989, abbastanza breve, un divertissement, lo definirei. Tre i protagonisti: Donna Lucrecia, Don Rigoberto e il di lui figlio adolescente, Alfonsito-Fonchito, naturalmente un triangolo con tutta l’atmosfera morbosa che una tale situazione comporta.
La costruzione è sapiente: dopo tre quarti della narrazione la storia si fa un po’ ripetitiva, a tratti stucchevole, ma ecco il colpo di scena che rimette tutto in gioco.
La vicenda è intervallata dalla presentazione di sei quadri, di vari autori (Jordaens, Bouchet, Tiziano, Bacon, de Szyszlo, Beato Angelico); sono proposti come specchi dei fatti che si susseguono nelle vite intrecciate di questa coppia con figlio-figliastro, ad un tempo riflettono i momenti della storia e li interpretano.
Il campione di ambiguità è il giovane Alfonsito, diavoletto o angioletto, amorino, demonietto, profondamente corrotto sotto l’aspetto innocente, forse? Forse agli estremi innocenza e corruzione si confondono perché i parametri morali non valgono più. Dov’è la verità? Dice il re della Lidia nel racconto relativo al primo quadro: «… sebbene la fantasia e la realtà abbiano la stessa origine, le loro facce sono come il giono e la notte, come il fuoco e l’acqua».
Don Rigoberto ha tutta l’imponenza di un vecchio pazzo, con l’ossessione del decadimento e dunque maniaco della cura della propria persona, inorridito dal pensiero di peli e unghie che crescono dopo la morte imbruttendo il suo cadavere: «Don Rigoberto si disse che quella deprimente prospettiva era un inconfutabile argomento a favore della cremazione. Sì, il fuoco avrebbe impedito l’imperfezione postuma. Le fiamme l’avrebbero fatto scomparire ancora perfetto, sottraendolo ai vermi. Quel pensiero lo sollevò». La sua parabola parte dal quadro di Jordaens che ritrae la moglie del re di Lidia in posa assai lubrica e finisce nell’atmosfera angelica dell’Angelico.
E Lucrezia? Oggetto di desiderio, idolo della sensualità, proprietà contesa, maneggiata, spiata, ingannata, adorata, per Don Rigoberto unica fonte di felicità: «Perché la felicità era temporanea, individuale, eccezionalmente duale, molto di rado tripartita e mai collettiva, comune. Era nascosta, perla nella sua conchiglia marina, in certi riti e in certi gesti cerimoniosi che offrivano all’uomo raffiche e miraggi di perfezione». Ma, come gli oggetti, è indifesa e soggiace al capriccio del padrone.

Molto di rado tripartita, la felicità.
Tre i vertici del triangolo.

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