Educazione siberiana

Nicolai Lilin
Educazione siberiana
Einaudi 2009 e 2010

«C’è chi si gode la vita, c’è chi la soffre, invece noi la combattiamo».
ANTICO DETTO DEGLI URCA SIBERIANI

La Transnistria è una regione, situata al confine della Moldavia con l’Ucraina, che si proclama indipendente, senza essere riconosciuta a livello internazionale; Bender è una città di questa regione.
Luogo dalla storia quanto mai tormentata, è la scena in cui l’autore siberiano ambienta la sua narrazione (autobiografica). Lilin scrive direttamente in lingua italiana. Una scrittura molto fluida, ricca ed avvincente.
Un avvertimento: mi è stato consigliato di leggere il primo capitoletto (pp.5,6,7) alla fine; così ho fatto e non me ne sono pentita. Del resto, lo stesso autore così esordisce: «Lo so che non andrebbe fatto, ma ho la tentazione d’iniziare dalla fine.»
Questo libro mi ha provocato un notevole disagio, non riesco a credere che possa esistere un simile gruppo sociale; quel che spaventa è il fatto che sia un mondo conchiuso e “perfetto” nella sua atrocità. Da un certo punto di vista fa venire in mente la mafia, ma è qualcosa di diverso, è come essere catapultati in un gruppo di efferati barbari all’epoca del disfacimento dell’impero romano, in mezzo a riti tribali violenti, in cui si mescolano superstizione e ferree regole di omertà scambiate per leggi onorate; ma il senso delle loro leggi si esaurisce tutto nel rigido rituale che regola i rapporti all’interno della comunità criminale. Barbari rozzi e violenti che indossano le vesti moderne dei primi anni Duemila.
Il protagonista narratore non dà giudizi morali, lo scrittore ce lo presenta come convinto che il suo mondo sia il migliore dei mondi possibili in quanto gli garantisce la libertà e una vera educazione da “criminale onesto” rispettoso della religione, degli anziani e delle “leggi”, naturalmente quelle del clan. La percezione della realtà è così distorta che i “criminali onesti” sembrano i buoni e il resto della società, con le sue leggi e i suoi rappresentanti, sembra il male.
In realtà è un mondo prigioniero della superstizione e dell’ignoranza, dunque non libero, perché racchiuso in questi angusti confini.
Ho trovato un unico personaggio, del resto non propriamente appartenente ai siberiani, capace di cogliere la relatività di tale concezione: a Kolima, che dopo una tremenda rissa tra bande lo rassicura, Geka risponde: «Come fai ad essere certo che abbiamo ragione e non torto?».  A questo punto lo scrittore Lilin prende le distanze dal suo personaggio e da se stesso bambino e adolescente: «La sua domanda in quel momento mi era sembrata sciocca. Solo più tardi, col tempo, ho capito quant’era profonda, invece. Perché il punto era un altro: non era in dubbio la nostra ragione in quella situazione o in altre analoghe, ma la realtà oggettiva della nostra posizione rispetto al mondo che ci circondava».
Dal racconto di Kolima emerge anche un terribile quadro dell’altra società, quella che si considera non criminale, società profondamente corrotta ed ingiusta sia durante il periodo sovietico che postsovietico; ma non se ne porta l’esempio per giustificare la criminalità; è questo che rende più spaventosa la cronaca dei piccoli e grandi misfatti di una polizia (sovietica e non) torturatrice e crudele senza necessità alcuna, disumana e brutale. Non c’è una critica consapevolmente esercitata, ma solo la rappresentazione incidentale di una delle tante situazioni di “normale bestialità”.
Da leggere.
Ed esiste un seguito, a detta di chi l’ha già letto, ancor più spaventoso.

 

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