La traccia dell’angelo

Stefano Benni
La traccia dell’angelo
Sellerio 2011

Il sonno, il sogno, Morfeo. La malattia, il dolore, la dipendenza. Gli angeli, quelli buoni e quelli cattivi. Il male del mondo. Il dominio e la ribellione. Tutto si intreccia con la consueta abilità affabulatrice di Benni: il piccolo Morfeo ha un incidente che lo porta quasi alla morte; e il seguito è ciò che gli succede, o che potrebbe succedergli, o che, forse, ha solo sognato, la sua esistenza di adulto malato, addolorato, dominato, depresso…
Nel sottofondo c’è molta sofferenza, ci sono la tirannia e l’impotenza di fronte ad essa, i soprusi dei potenti (siano essi i ricchi, i medici, gli angeli, i pregiudizi) e l’incapacità di ribellarsi:«Come va Morfeo? Si fa ancora la rivoluzione?».
Frasi lapidarie, all’inizio, di una precisione così acuminata che trafigge («…l’anima splendente di febbre…sempre pallida ma non rassegnata, in caccia dell’uomo speciale che l’avrebbe portata dentro una telenovela… saremo già modernariato…).
Il manicomio? Un’allegoria del fallimento delle nostre utopie: «… dopo trent’anni niente era cambiato, le ingiustizie erano le stesse, i padroni gli stessi, le medicine le stesse, … siamo tutti intossicati, drogati, incatenati. Siamo ancora nel vecchio padiglione delle urla e delle botte, magari adesso ci metteranno qualche immigrato in più. Ma il dolore è rimasto. C’hanno costruito sopra sette piani e di notte da sotto terra ancora le urla dei malati fanno tremare i muri».
La tirannia del potere? «Lui mi ha insegnato a tenere il malato spento, controllato col nostro potere chimico e celestiale».
La tensione espressiva, verso la fine, si allenta, la scrittura perde mordente, sembra un tema che si debba finire per forza, in un modo qualsiasi, pur che sia terminato. Addirittura si cade nella banalità.
L’ultimo capitolo riprende vigore.

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