Il libraio di Selinunte

Roberto Vecchioni
Il libraio di Selinunte
Einaudi 2004

Il mondo piomba in un gorgo oscuro di inutilità se spariscono le parole. Sono le parole a dare un senso alla vita e a sollevarla al di sopra degli istinti primari. Anche il nostro essere qui ed ora, che tanto dipende da tutto ciò che ci ha portato qui prima di ora, passa attraverso l’infinita quantità di parole dette e scritte prima di noi: «Che una storia entra in un’altra e noi siamo l’ultima pagina soltanto. Che c’è un «prima», c’è un «durante», c’è un mare di cose nell’animo umano e non questa miseria senza parole che stiamo vivendo oggi a Selinunte».
Perché a Selinunte un giorno si sono svegliati ed hanno scoperto che non avevano più le parole per nominare gli oggetti, le persone, le idee, i sentimenti, gli spazi, il tempo, e si sono messi a vagare, poveri esseri senza memoria, senza futuro, ma anche senza un presente in qualche modo comunicabile. Questo dopo il rogo che si è portata via la casa del libraio… Solo Frullo – il ragazzo che tanto ha amato quei libri blu che il libraio leggeva ad alta voce, da solo, senza altri ascoltatori che lui, nascosto dietro un muro di pagine – ha conservato le parole e può quindi narrare ciò che è successo.
Una favola malinconica, allegoria triste di questo nostro mondo povero di parole, governato da aridi disciplinari che ci indugono a svolgere le nostre azioni quotidiane senza consapevolezza, senza possibilità di autonomia intellettuale, in un deserto di relazioni umane. Selinunte è il mondo pieno di rovine che possono raccontarci una storia, la nostra storia, se possediamo le parole per dirla, ma che risultano incomprensibili se non sappiamo nominare.

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