Il vino della solitudine

Irène Némirovsky
Il vino della solitudine
Traduzione di Laura Frausin Guarino
Adelphi 2011

A suo modo è un romanzo di formazione: Hélène, attraverso un’infanzia a tratti molto triste e un’adolescenza travagliata, segnate da una grande solitudine e da un lacerante senso di abbandono, approda ad una gioventù consapevole e relativamente fiduciosa,

 dove scopre una forza interiore che è tutta sua e che la proietta verso la vita («Sono stati solo anni di apprendistato: Terribilmente duri, è vero, ma che mi hanno temprata, hanno rafforzato il mio coraggio e il mio orgoglio. E questo mi appartiene, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante»).
La prima parte del romanzo potrebbe intitolarsi “Non è un paese per bambini”, situazione delineata con precisione accorata in quell’essere invisibile ed ignorata, o peggio, sopportata come un inevitabile guaio, dalla madre; e tutti, a parte Mademoiselle Rose, la sua governante adorata, la “maneggiano” con precauzione nell’intento di non irritare Bella, sua madre, la dea capricciosa e padrona assoluta di tutti quelli che le ruotano attorno (Hélène «era così lontana, così piccina che da dove si trovavano loro c’era tutto un viaggio da fare per arrivare fino a lei»). Non si può pensare condizione infantile più solitaria e triste. Un’immagine, colta per strada, rivela in pieno l’amara consapevolezza che la piccola Hélène ha maturato nel suo cuore, sembra un episodio che niente ha a che fare con i personaggi della storia, eppure è come uno specchio, in cui la protagonista bambina vede chiaramente il suo stato: «Ma quel giorno, sotto la finestra, passava lentamente solo un fiacre, e seduta dentro c’era una donna che teneva stretto a sé, come un fagotto di panni, un bambino morto: è così che la gente del popolo evitava le spese del funerale. Il volto della donna era calmo; lei masicava semi di girasole e sorrideva, probabilmente contenta di avere una bocca in meno da sfamare e un pianto in meno da sentire nel silenzio della notte».
Con l’adolescenza la sua vita si complica ulteriormente, intrecciandosi con gli eventi storici, la guerra e la rivoluzione, momenti di cui si sente l’eco, e si valutano gli effetti: l’arricchirsi non sempre trasparente del padre, la fuga dalla Russia comunista, il vagare da esuli, esuli ricchi comunque, ma tormentati ed infelici.
Per tutto il romanzo l’occhio acuto di Hélène mette a nudo la realtà attorno a lei, che dipinge con tratti espressionistici – a volte richiama il pennello caustico di Grosz, soprattutto nel raccontare l’ambiente volgare degli arricchiti -, trova accenti sarcastici nell’indagare la vera natura delle persone della sua famiglia, senza pietà, anche se ciò le causa dolore e disperazione; non si fa illusioni, e nella solitudine inevitabile di questa analisi si consumano i primi diciotto anni della sua vita, facendola crescere, forte e consapevole.
Tuttavia da un’infanzia infelice non si guarisce mai, come diceva la scrittrice, che in questo romanzo ha raccontato la propria dolente esistenza di bambina abbandonata a se stessa e di adolescente scontrosa e affamata di affetto.

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