Un bambino prodigio

Irène Némirovsky
Un bambino prodigio
Prefazione di Elisabeth Gille
Traduzione di Vanna Lucattini Vogelmann
Giuntina 2007

La scrittrice aveva ventiquattro anni quando ha scritto questo breve romanzo.
Quel bambino le assomiglia molto: dotato, vezzeggiato, viziato, diviso tra razze culture lingue diverse, ma ad un certo punto abbandonato, proprio quando ha più bisogno d’affetto.
Ismaele è un bambino prodigio, che nelle bettole di un porto sul mar Nero compone con spensierata innocenza canzoni che affascinano marinai, prostitute, miserabili, poveri relitti umani alla deriva. Un giorno, da un  poeta in crisi, viene tolto dalla povertà del suo mondo per essere “regalato” alla di lui amante, una ricca vedova alquanto capricciosa; così Ismaele diventa l’attrazione dell’annoiata società che ruota attorno a quella signora, che agli occhi del bambino assume il ruolo di un’adorata Principessa.
Il racconto si tinge dei colori della favola, c’è perfino il giardino “incantato” pieno di statue di marmo… ma sotto tutto l’incanto si sente serpeggiare una malvagità che tramuta le fate in streghe, perché la “Principessa” è sorella di quelle streghe terribili che imprigionano fanciulle o fanciulli per rubar loro qualcosa di prezioso, la bellezza, la giovinezza, la felicità, la vita. E quando il prigioniero non può più regalare nulla viene buttato via.
La pagina che chiude questa storia è di una crudeltà che lascia senza fiato.
Una curiosità: ho trovato in questo libro la più bella definizione – a mio avviso – della catarsi: «… erano quelle lacrime facili e nobili che si versano leggendo una tragedia greca, dove il dolore è sereno come marmo antico».

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