Dieci donne

Marcela Serrano
Dieci donne
Traduzione di Michela Finassi Parolo e Tiziana Gibilisco

Dice Juana: «Non so come avrei fatto a superare certi momenti brutti senza di loro. E nemmeno quelli belli. Le donne, tra donne, riescono a non sentirsi sole. Gli uomini, tra uomini, invece no».E’ la filosofia sottesa al romanzo, è quello che pensa Marcela Serrano, è quello che penso io. E’ il motivo per cui mi piace questa storia, anzi queste storie: ogni donna parla con la sua voce e racconta la sua vita; solo Natasha è raccontata dalla sua assistente, perché Natasha è la psicoterapeuta del gruppo, è al di fuori ma allo stesso tempo dentro ogni donna, dentro l’indifferenza di Francisca (che tale è diventata per difesa: «Devi imparare, Francisca, che non tutti vogliono essere salvati»), dentro la solitudine della vecchiaia di Mané («A volte, mi sembra di desiderare soltanto questo: una mano sui capelli prima di addormentarmi per sempre»), dentro le angosce di Juana, di Simona, di Layla, di Luisa; e poi ci sono Guadalupe, Andrea, Ana Rosa, tante donne, tutte diverse nelle loro personalissime tragedie più o meno intrecciate a vicende epocali, dall’Olocausto alla dittatura di Pinochet, dalla stagione del femminismo all’infinito orrore del conflitto arabo-israeliano.
Tutte segnate, ferite dalla violenza di un mondo spesso ostile, nella migliore delle ipotesi accondiscendente, un mondo che costringe al cinismo per sopravvivere, finché una non prende coscienza di sé, come Simona: «… il cinismo non mi ha sedotto. Io sono dove ho scelto di essere. Intrappolate come siamo nelle nostre dipendenze, da quelle affettive a quelle economiche, noi donne siamo poco abituate a SCE-GLIE-RE».
Tra queste voci narranti si sta come tra amiche o sorelle, che ti raccontano le loro sofferenze, le loro gioie, e tu, lettrice, le condividi, perché sei in famiglia, in un abbraccio solidale fortissimo. Dico lettrice, perché mi sembra un libro  che solo una donna possa capire fino in fondo (senza nulla togliere alla sensibilità maschile, che so apprezzare): una fitta rete di relazioni femminili, dove i maschi si affannano nel sottofondo, ad incarnare accessori prescindibili, anche se amati-odiati, o desiderati-respinti. Perché ciò che conta davvero è il legame tra donne.
Sguardo femminile sul mondo, e messaggio alle giovani donne, che forse non sanno: «Quando adesso, al parco, vedo un giovane papà con un bebè in braccio, che gli dà la pappa in orario d’ufficio, sorrido, e vorrei sussurrare all’orecchio di sua moglie: dimmi, donna fortunata, lo sai perché puoi andare a una riunione mentre tuo marito bada al bambino? Lo devi a tutte le donne che hanno lottato per te, a tua madre che un 8 marzo la polizia ha picchiato per strada, a tua nonna che ha sostenuto le suffragette, alle operaie americane che si sono rifiutate di lavorare in piedi nelle fabbriche, a Simone de Beauvoir, a Doris Lessing, a Marylin French, insomma a migliaia e migliaia di donne che sono venute prima di te».
Una rete lunga, nello spazio e nel tempo.

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