Il posto di ognuno

Maurizio de Giovanni
Il posto di ognuno
L’estate del commissario Ricciardi
Fandango 2011

Una Napoli soffocata dal caldo d’agosto, le solite strade, un palazzo signorile, una morte altolocata, quella della bella duchessa di Camparino, seconda moglie di un duca vecchio e malato, corteggiatissima e amante, coram populo, del giornalista Mario Capece. La scena di inizio è di notevole impatto visivo, molto pittorica e teatrale, molto consona al senso del tragico che pervade questa città.
Ricomincia ogni volta la presentazione dei personaggi, che i lettori delle storie precedenti conoscono già, forse un po’ noioso in questo, ma serve a dar compattezza alla nuova vicenda, che si allaccia alla serie, ma vive di vita propria anche.
Comunque l’intreccio delle vicende personali di Ricciardi e di Maione continua in modo ordinato: il loro svolgimento cronologico attraverso le stagioni di questo 1931, anno di pieno fascismo imperante, e pesantemente presente, si arricchisce di nuove svolte; così la storia d’amore tra Ricciardi ed Enrica, per quanto platonica – e di gusto stilnovista, direi – si complica alquanto, e per le solite ragioni per cui si complicano i rapporti, ovvero per i malintesi derivanti dall’abitudine di non parlarsi, e poi per la gelosia; ed anche il rapporto del brigadiere con la moglie Lucia si avvolge e riavvolge attorno ai silenzi supponenti dettati dalla gelosia, che diventa la passione protagonista anche della vicenda delittuosa. E’ come una corrente che attraversa i vari personaggi, entra nell’animo di uno, esce e rientra nell’animo di un altro, un filo che tiene uniti tutti nella medesima catena. Sottolineata, questa tessitura, dal modo con cui l’autore ci rende partecipi della vita dei personaggi, tutti presi dagli stessi pensieri («Sofia Capece affettava le cipolle e pensava agli animali,…Enrica affettava le cipolle e pensava di essere una stupida… Affettando le cipolle, Lucia Maione piangeva e sorrideva. … (Rosa) Stancamente prese le cipolle, e cominciò ad affettarle per la cena dell’indomani» «Lucia… non ho digerito, pensò. Ma si sbagliava. … Maione… un principio d’infarto. Ma si sbagliava. … Ricciardi… Forse ho fame, pensò. Ma si sbagliava.»).
E intanto le stesse molle, amore e gelosia – e forse anche la fame, l’altra pulsione responsabile, secondo il Ricciardi-pensiero, dei peggiori delitti – rivelano le loro trame agli occhi indagatori del commissario.
A metà romanzo la voce ignota che scandisce con i suoi soliloqui lo svolgimento delle indagini e che sempre più alimenta la curiosità di chi legge, diventa un laccio che non lascia scampo: bisogna continuare a leggere. E quando è finito il romanzo, dispiace che sia finito.

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