Los enamoramientos

Javier Marías
Los enamoramientos
Alfaguara 2011

«Sì, yo no quiero ser su maldita flor de lis en el hombro…»
Athos ne “I tre moschettieri” racconta come ha scoperto sulla spalla dell’amata il segno dell’infamia, e come, per questo, pur amandola, l’ha uccisa.

Maria Dolz, la voce narrante del romanzo, non vuol essere quel segno d’infamia per chi ha amato.
Altri punti di riferimento letterari sono Macbeth (ancora, e sempre, Shakespeare, che si muove sotto il fluire dei pensieri di Marías) e “Il colonnello Chabert” di Balzac, il primo per condurre la riflessione sul giusto momento per morire, il secondo per raccontare come i morti non debbano mai tornare tra i vivi.
E’ la prima volta che l’autore usa una voce femminile per raccontare la sua storia, e in una intervista spiega perché: «La voz femenina para narrar era absolutamente necesaria, porque era una storia que tenìa que sucederle a una mujer».
Se fossi Almodóvar ci farei un film. Forse proprio perché è una donna che narra; e poi perché siamo a Madrid. E ancora per il suono di queste parole evocatrici; ma soprattutto per questo intreccio devastante di amore e morte, povero di eventi, ma ramificato e dispersivo nell’indagine delle pieghe più avvolgenti della psiche.
Eccola la storia: Maria lavora in una casa editrice e alla mattina fa colazione in un bar vicino, dove ha modo di osservare da lontano una coppia, la Coppia Perfetta ai suoi occhi, Miguel Desvern (o Deverne) e Luisa Alday. Poco dopo apprende dell’orribile uccisione di Desvern ad opera di uno squilibrato; in una, unica, visita a casa di Luisa conosce Javier Díaz-Varela di cui si innamora… questo l’inizio, ma sostanzialmente anche la storia nel suo complesso, scarna vicenda che si svolge in una ristretta zona di Madrid; ma come sempre nei romanzi di questo scrittore, non è la trama che cattura, anche se da un certo punto in poi non puoi più staccarti da questi personaggi che ormai ti hanno coinvolto nelle loro situazioni complicate, ma è la labirintica ragnatela delle riflessioni filosofiche declinate letterariamente che ti prende con le divagazioni di sempre, e pur sempre affascinanti: la morte, il tradimento, l’impossibilità di conoscere con certezza la verità, il passare del tempo – e di tutto, anche degli affetti più cari – lo svanire inesorabile di ciò che percepivi come eterno,  la sostituzione di chi mai sarebbe potuto essere sostituito: «Pero ha ocupado su lugar en mi cama y al yustaponerse lo difumina y lo borra. Un poco más cada día, un poco más cada noche».
E, naturalmente, c’è il tema dell’innamoramento, inteso non come stato idilliaco, ma come fonte di azioni criminose, verso le quali si è portati a concedere l’impunità, dato che sono ispirate dall’amore. Il silenzio di chi non vuole denunciare: allegoria del mondo di oggi abitato da addormentati di fronte all’impunità con cui si commettono delitti efferati. Che poi è il non volersi sentire coinvolti e dunque il voler essere assolti.
Mi sono stupita tante volte constatando che amici e conoscenti da me considerati buoni lettori non leggono volentieri Marías, ma è così, questo autore si deve amare, ci si deve immergere e lasciarsi trasportare nei meandri di una riflessione incessante e in perenne movimento, attraverso le mille deviazioni e le parentesi aperte che fanno fatica a chiudersi perché spesso aprono a loro volta altre parentesi. Rallentamenti, distrazioni.
E all’improvviso il mistero, il momento della verità, ma quale verità? Illeggibile anche sul volto che si ama. E allora meglio non sapere; meglio lasciare che il tempo passi.

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