La cavalcata dei morti

Fred Vargas
La cavalcata dei morti
Einaudi 2011

 

Li ritroviamo anche per quest’anno, Adamsberg, Danglard, Retancourt, Veyrenc – e c’è anche un nuovo volto, il figlio ventinovenne di Adamsberg, spuntato fuori dalle vicende di “Un luogo incerto”; a dir la verità sento un po’ la mancanza di Camille (ma quando si deciderà, Fred Vargas, a raccontarci per benino e tutta di seguito la vita di Adamsberg?). Quello che stupisce, che mi stupisce, è di ritrovarli così veri e così familiari con le loro vicende e i loro tic; mi sembra di notare anche un certo umorismo vagante e molto allegro che pervade i rapporti tra i nostri eroi.
Per quanto ci siano vicini sono tuttavia altamente improbabili: quell’acchiappanuvole del commissario, e suo figlio Zerk, strampalato ed improbabile; e Retancourt, gigantesca e improbabile, e Etalière commovente e improbabile, e Mercadet, narcolettico e improbabile,e poi tutti gli altri…
In “Le Monde Magazine” si sottolinea come questi personaggi siano ormai gente di casa: «Ces gens-là, on les aime, avec leurs tics, leurs défauts, leur intelligence.»
La vicenda c’è, naturalmente, anzi, ce ne sono due che si intrecciano e si allontanano, che fino alla fine non si sa se possano essere facce della stessa medaglia oppure no. Volendo c’è anche un’indagine secondaria, che riguarda  Adamsberg ed un piccione, una piccola storia incastonata come un gioellino; insomma abbiamo storie nelle storie nelle storie, una complessità narrativa che riempie la mente, come un pasto gustoso ed abbondante.
L’avvio è pigro, divagante, come Adamsberg, del resto (« Voilà un livre où l’on entre doucement, par des chemins de traverse, en prenant son temps. L’intrigue principale ne commence à se profiler qu’à la vingtième page et encore on se demande si tout cela est bien serieux… Fred Vargas construit une histoire un peu dingue, où interfèrent d’autres affaires parallèles destinées à brouiller les pistes…» “Le Monde Magazine”).
Piuttosto inverosimile e molto poco razionale, l’indagine principale ha il suo perno in una leggenda popolare tipica di molte regioni europee, quella della Caccia Selvaggia, che prende nomi diversi a seconda dei luoghi ( http://it.wikipedia.org/wiki/Caccia_selvaggia ) e Adamsberg ci cade dentro un po’ per necessità e molto per attrazione e poi ci sguazza con la sua solita imprecisione, che rende folle Danglard, nonché Retancourt.
Mi sembra che la scrittrice, in questo suo ultimo romanzo, dedichi molto più spazio alla descrizione dei metodi poco ortodossi del commissario, che non considerava il suo un vero e proprio metodo, «ma pensava che, in fatto di tempo, era proprio negli interstizi quasi immobili di un’indagine che a volte si annidavano le perle più rare. Come le piccole conchiglie finiscono nelle crepe degli scogli, al riparo dalle ondate del mare aperto. In ogni caso, era lì che le trovava.» (p.58).
E così procede con questo suo non-ragionamento che Danglard  descrive a Violette Retancourt: «Un ragionamento che si reggeva su fili di ragnatela incompleti e orientati in varie direzioni» (p.338).
Comunque, alla fine, non si sa come, arriva la soluzione:«La perla era lì, scintillante nell’incavo dello scoglio. La porta che non aveva chiuso.» (p.382).
Un tipo di scrittura, quella dell’autrice, che è un misto di immagini poetiche e vicende surreali agganciate sempre a personaggi vivi concreti fatti di carne ed ossa.(«… ce roman policier décalé, poétique et mystérieux, loin des canons du genre…» – Le Figaro littéraire; «Ce qui ne cesse de fasciner chez Fred Vargas, c’est son exceptionnelle aptitude à faire convoler réel et fantastique.» – Le Point ).
Può avere alti e bassi, come tutti gli scrittori, può essere più o meno pazza la storia inventata, ma certo non è mai banale e riesce a stupire sempre. Con grande acutezza Jeanne Guyon in “Le Magazine Littéraire” ne mette in luce l’originalità e il singolare fascino che deriva dalla sua capacità di trasportarci in un mondo di sogno ancestrale e favoloso, dove circolano  libertà e anticonformismo. («Fred Vargas a inventé un genre romanesque qui n’appartient qu’à elle: Le Rompol. Objet essentiellement poétique, il n’est pas noir mais nocturne, c’est-à-dire qu’il plonge le lecteur dans le monde onirique de ces nuits d’enfance où l’on joue à se faire peur, mais de façon ô combien grave et sérieuse, car le pouvoir donné à l’imaginaire libéré est total. C’est cette liberté de ton, cette capacité à retrouver la grâce fragile de nos émotions primordiales, cette alchimie verbale qui secoue la pesanteur du réel, qui sont la marque d’une romancière à la voix unique dans le polar d’aujourd’hui. Les personnages qui peuplent ses livres sont aussi anarchistes et lunaires que savants. Qu’ils soient férus d’Antiquité ou océanographes, le regard qu’ils posent sur le monde combat le conformisme et l’ordre établi avec pour arme la fantaisie et l’humour.»)
Mi piace molto la definizione del genere riguardo ai libri di questa autrice: non nero, ma notturno.

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