Terraferma

Terraferma
Regia di Emanuele Crialese
Italia 2011

con Donatella Finocchiaro, Giuseppe Fiorello, Mimmo Cuticchio, Martina Codecasa, Filippo Pucillo, Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Tiziana Lodato, Claudio Santamaria

Un vecchio pescatore splendido e autorevole cerca di ricucire i pezzi di una famiglia che si sta disgregando dopo la morte del figlio maggiore in mare;

l’altro figlio è ormai conquistato dalla promessa di arricchimento con il turismo;  la nuora, svuotata dalla morte del marito, vorrebbe per il figlio Filippo un futuro migliore lontano da quell’isola che vive solo nei mesi estivi; e Filippo,  disorientato e confuso, è in cerca di una propria identità.
In questo mondo già di per sè in bilico tra tradizioni e modernità irrompe, con una forza simile alla potenza delle onde, la disperazione degli sbarchi clandestini.
Ci sono tutti i luoghi comuni (ma non scontati) del socialmente corretto: il senso di accoglienza dei vecchi pescatori spinti da un forte senso morale a salvare i disgraziati naufraghi e ad accoglierli senza riserve; la titubanza di chi all’inizio non vuol essere coinvolto, ma poi cede alle ragioni dell’umana pietà; la diffidenza di chi vede minacciati i propri affari; l’ipocrisia di chi nasconde – e si nasconde – il problema “clandestini”, l’indifferenza di chi è lì per divertirsi, ma poi, in fondo, ha buon cuore; l’insensibilità delle istituzioni; il triste spettacolo dei poveri, bistrattati clandestini che si riversano sulla spiaggia quasi privi di vita, il disorientamento dei giovani più ingenui e impreparati ad affrontare questa emergenza…
Enunciazioni teoriche che però, nel film, prendono vita, volti, lacrime: una storia che coinvolge; ci si rende conto di scivolare, forse, nel sentimentalismo, ma comunque spunta la lacrima.
La storia è un po’ troppo ricca di spunti, vuol parlare di tanti argomenti e rischia di rimanere irrisolta, confusa, ma qualcuno potrebbe dire che è la vita ad essere così, solo la morte è lineare e precisamente definita.
E poi ci sono le immagini: emozionante quella ripresa dall’alto della barca, piccola, in mezzo ad un mare profondamente blu e percorso da fremiti giganteschi; e i primi piani dei volti delle due donne (forse troppo belli per essere credibili, così come risulta quasi oleografica, nella sua perfezione di foto da agenzia di viaggi, quella della spiaggia deserta in cui Filippo conduce i suoi giovani villeggianti); terribili poi le riprese delle masse di turisti che sbarcano dal traghetto come orde di cavallette pronte a divorare l’isola; commoventi (troppo, ancora una volta) le scene di mani -quelle dei turisti- che accarezzano, abbracciano, confortano i poveri volti, le membra sfinite degli africani lasciati sulla spiaggia da onde più pietose di certi uomini; claustrofobiche alcune scene di interni  ( nel luogo che dovrebbe essere il regno del sole, della luce, del fulgore, del colore intenso )  quasi metafora della condizione-punizione inflitta ai clandestini: fuggire nel buio, rimanere nascosti in luoghi stretti e privi di aria, una vita-non vita, quasi sotteterranea; anche le riprese degli esterni sono opacizzate, smorzate, come per una specie di pudore a mostrare il mare, il sole, l’aria, con la luminosità che hanno nel mondo vero.

 

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