Tre racconti

Gustave Flaubert
Tre racconti
Introduzione di Alessandro Baricco
Traduzione di Giovanni Raboni
La Biblioteca di Repubblica 2011

“Un cuore semplice”, “La leggenda di san Giuliano L’Ospitaliere”, “Erodiade”, tre racconti scritti alla fine della vita di Flaubert, in anni amari per lui, che si sentiva bistrattato dalla critica e poco amato dai lettori: sono scritti pervasi da tristezza e da un indefinibile tocco di morte, una specie di annullamento universdale; è una scrittura sapiente, che lascia un peso nell’animo.
Nell’introduzione Baricco, in poche righe, colloca quest’opera (che nasce e rimane unitaria) nel quadro della produzione flaubertiana: «Com’è stato notato fino alla nausea, i Tre racconti sembrano il riassunto dei talenti e delle passioni di Flaubert: il primo è puro realismo, il secondo è una fiaba, il terzo è una ricostruzione storica. (Madame Bovary, La tentazione di Sant’Antonio, Salambò: erano le tre cose che Flaubert sapeva fare.) Fa impressione mettere in fila i tre protagonisti: una serva di paese, un santo, un tetrarca mediorientale ai tempi di Gesù. Con tutto il rispetto è come svuotare un cassetto dimenticato. Ma anche un modo di viaggiare nella sontuosa mappa dell’immaginario di Flaubert: uno capace di esplorare, con un solo mezzo di locomozione (la sua scrittura) le regioni più lontane.»
Dei tre racconti Baricco indica il primo come l’unica ragione per leggere questa miniraccolta e,da scrittore, individua ne”Un cuore semplice” un vero e proprio manuale per lettori e/o scrittori: «Così, seguendo la vita trasparente di Felicita, risalirete un manuale in cui si spiega tutto ciò che c’è da sapere sulla descrizione, sui tempi della narrazione, sui cambi di marcia, sull’indagine psicologica dei personaggi, sui ritmi della frase, sull’aggettivazione, sull’uso degli avverbi, sul senso dei capitoli e degli a capo. L’officina di un artigiano.»
A me piacciono anche gli altri due.
In “Un cuore semplice” una tristezza strisciante si tramuta in una pacata accettazione dei dolori della vita, in una rassegnata sofferenza con il lenimento di piccolissime gioie, preziose come gioielli, come l’unica manifestazione d’affetto, in una lunga vita trascorsa insieme, tra la signora Aubain e la sua serva Felicita.
Ne “La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere” il tono è fiabesco, le descrizioni sontuose, il colore e il disegno sono quelli delle vetrate («Questa è la storia di san Giuliano l’Ospitaliere, pressapoco come è possibile vederla al mio paese, su una vetrata della chiesa.»: così termina il racconto).
In “Erodiade” siamo trasportati da una descrizione minuziosa dei paesaggi, degli ambienti interni, del trascorrere delle ore dall’alba al tramonto alla notte, dei colori, degli odori, delle vesti velate, in un mondo lontano, favoloso e crudele, molto orientale; fa venire in mente le ambientazioni di “Guerre stellari”. Vi si respira un’aria di decadenza, di fine del tempo, a dispetto della nuova era annunciata da Giovanni Battista, o forse è un mondo che muore per farne nascere un altro.

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