L’ispettore Cadavre

Georges Simenon
L’ispettore Cadavre
Traduzione di Fabrizio Ascari
Adelphi 1999

«Tutto si aggiusta!…» è la frase che sembra a Maigret l’espressione più esecrabile di tutto il vocabolario, ma finisce sempre così, che tutto si aggiusta, anche se poi di giusto c’è ben poco.

 

Un’altra vicenda amara e un po’ miserabile tra le tante che il commissario deve affrontare. Questa volta non è un’inchiesta ufficiale e per di più si svolge fuori della giurisdizione di Maigret, non c’è denuncia del delitto e tutti, in quel paese, guardano con diffidenza quell’estraneo che va in giro a cercar di scoprire chissà cosa. Per di più, impegolato in quelle indagini (e per un certo periodo anche con più successo di Maigret), c’è un certo Cavre, che prima di essere espulso dalla polizia era un suo sottoposto, tipo poco simpatico (lo chiamavano tutti ispettore Cadavre), un personaggio piuttosto squallido che desta, in  Maigret, una sorta di repulsione mista a pietà. In questa situazione il commissario si sente a disagio ed è un po’ disorientato. Gli sembra di non essere più Maigret.
In paese ci sono due partiti, quello del silenzio (per “solidarietà” di casta o per vile interesse) e quello dei pochi che si ribellano a questo insabbiamento di tutto pur di conservare la rispettabilità («La vicenda si è svolta fra gente ammodo, fra persone beneducate. Qualcuno ha messo in giro delle voci, certo. C’era il rischio di un paio di testimonianze spiacevoli, ma…» tutto si aggiusta).
Louis, un giovane amico della vittima, dopo un iniziale diffidenza, aiuta il commissario con l’ardore della gioventù assetata di giustizia. Così Maigret a poco a poco ritrova se stesso e quel suo tipico modo di “non pensare”, quell’aspetto un po’ da mezzo scemo, quell’ottusità di “spugna” che assorbe quasi in modo inconsapevole dettagli, vibrazioni nell’aria, pulviscolo di idee vaganti, una mescolanza eterogenea che conduce infallibilmente alla soluzione del caso. E’ di nuovo lui: «Solo allora, e per la prima volta da quando si era lasciato immischiare in quella storia, Maigret giocò veramente a “fare Maigret”, come dicono alla Polizia giudiziaria degli ispettori che cercano di imitare il grande capo. La pipa fra i denti, le mani in tasca, la schiena rivolta al fuoco, parlò, borbottò, smosse i ceppi con la punta delle molle, andò dall’uno all’altro dei presenti con una pesante andatura da orso, apostrofandoli o facendo cadere di colpo un silenzio angoscioso.»
Insomma,  si arriva alla fine della storia; tutto a posto? Non proprio, perché nel mondo vero si va avanti non a forza di ideali, ma scendendo a compromessi; Maigret se lo racconta con malinconia, anzi lo racconta a Louis, in un immaginario dialogo, in cui gli confida con amarezza che le cose non sono mai così semplici e nette, che alcune volte anche il colpevole è una vittima, e dunque: … «Vedi ragazzo mio, anch’io sono di quelli che, come te, vorrebbero che al mondo tutto fosse bello e pulito… Anch’io mi indigno…». Ma è inevitabile.
Rimane comunque una traccia di quella indignazione: «C’è un’espressione che mi sembra la più orrenda di tutto il vocabolario, colto o popolare che sia, un’espressione che mi fa sobbalzare e digrignare i denti ogni volta che la sento… Tutto si aggiusta!».

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