Melancholia

Jon Fosse
Melancholia
Traduzione di Cristina Falcinella
Fandango libri 2009

Il male della bile nera che provoca un’alterazione psichica: è questa la malattia diagnosticata al pittore norvegese Lars Hertervig, artista romantico di rilievo nella pittura nordica dell’Ottocento.

Lo scrittore Jon Fosse, conosciuto sul piano internazionale soprattutto per la sua opera teatrale, ripercorre le vicende di questo pittore, morto suicida dopo un calvario di sofferenze.

E’  un’opera singolare, un racconto che coinvolge e avvolge, ma anche diventa ossessivo. Diviso in due parti (Melancholia I e Melancholia II), narra di distinti periodi temporali della vita di Hertervig in diverse località.

Nel 1853  il giovane Lars  arriva a Dusseldorf, per frequentare lo studio del maestro Gude; è povero (gli vengono pagati gli studi da un benefattore che crede nella sua arte); è impaurito, isolato,  preso in giro senza pietà dai suoi compagni di pittura; qui ha una dolorosa esperienza di innamoramento per la quindicenne Helene, figlia della padrona della pensione in cui vive, un’esperienza che compromette il già fragile equilibrio della sua mente.

Nel 1856 l’artista si trova nel manicomio di Gaustad, dove la rigida disciplina e la crudele incomprensione lo gettano in una cupa atmosfera senza speranza,   dove la sua arte langue e la sua confusione mentale aumenta.

La scena si sposta a Bergen nel 1991: lo scrittore Vidme ha in mente di  scrivere un romanzo su Lars Hertervig, non tanto per narrare della sua vita, quanto piuttosto per interpretarla alla luce dei suoi quadri. Qui finisce Melancholia I.

In Melancholia II siamo , nel 1902, a Stavanger, dove la sorella di Lars, Oline, una vecchia un po’ pazza e con problemi vari, ricorda tratti della vita di Lars ragazzino e alcuni momenti di quando Lars, uscito dal manicomio, era tornato a vivere con il padre.

La scrittura di Fosse è molto particolare, a volte è addirittura irritante  in quella maniacale descrizione di azioni banali e prive di significato, nell’ossessiva ripetizione per intere pagine delle stesse parole. Si vorrebbe uscirne fuori e tuttavia si rimane attaccati al filo della narrazione come avvolti in una ragnatela.

Così la traduttrice, Cristina Falcinella, ne delinea lo stile: “Ne scaturisce una scrittura che si avvolge su se stessa assorbendo il lettore nella sua voragine monomaniacale di costrutti che ritornano e alludono, s’inabissano e poi riemergono, rendendo impossibile distinguere la linea che delimita la soggettività malata dall’oggettività del reale…”

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